N. Luglio 2018
a cura di Carmen Camarca
Junior Analyst, The Innovation Group
Lo scorso 20 giugno, a Roma, si è tenuta una tavola rotonda riguardo l’utilizzo del digitale in relazione ai beni culturali e al turismo, nonché alle nuove modalità di fruizione del visitatore-turista.
L’evento, organizzato da The Innovation Group in collaborazione con Zetema Progetto Cultura, ha messo in risalto diversi temi, sempre più rilevanti all’interno del settore museale – turistico.
L’Italia, primo paese al mondo per dotazione di beni culturali e in quinta posizione mondiale per numero di arrivi internazionali, registra, tuttavia, una crescente difficoltà nel competere a livello internazionale: la carenza di infrastrutture adeguate e la mancanza di processi innovativi rendono difficile sfruttare a pieno il grande patrimonio storico, artistico e culturale di cui dispone.
La roundtable ha cercato di fornire una risposta in merito alla questione, mettendo in risalto alcuni gap che caratterizzano l’offerta turistica italiana e su cui bisogna intervenire con una certa tempestività.
Un primo problema, emerso più volte, è stato quello delle basse permanenze, sintomo di una scarsa capacità del mercato italiano di coinvolgere il turista nel lungo periodo: questa nuova modalità di turismo “mordi e fuggi”, che tanto costa all’economia italiana, fa sì che le città italiane e le loro attrattività culturali, siano sempre meno “vissute”. La bassa permanenza deriva per lo più da un processo di “massificazione” del turismo, rappresentato da gruppi multi-destinazione, fenomeno da non sottovalutare si considera che la permanenza media del turista è un indicatore strategico per misurare il successo e l’attrattività di una destinazione.
Per limitare gli effetti di questa “crisi”, l’Italia dovrebbe analizzare in modo più dettagliato le dinamiche dei diversi flussi turistici, offrendo così esperienze personalizzate e promuovendo azioni comunicative costruite ad hoc per specifici mercati o segmenti.
È in questo contesto che l’innovazione tecnologica, offrendo nuove modalità di fruizione dei beni culturali e di erogazione dei servizi turistici, potrebbe risollevare le sorti del mercato turistico.
Si pensi, ad esempio, al cosiddetto “turismo esperienziale”, una nuova modalità di concepire il turismo, dove la parola d’ordine è “esperienza” e il cui valore aggiunto è rappresentato dall’elemento emozionale.
Il viaggiatore, dunque, inteso come colui che sta affrontando nuove esperienze, richiede servizi aggiuntivi che gli permettano di vivere il suo “viaggio” a 360 gradi: in quest’ottica l’utilizzo dei big data permetterebbe di arricchire il patrimonio informativo, disponendo di informazioni dettagliate e specifiche, consentendo, così, di prendere decisioni più efficaci e consapevoli, personalizzando l’offerta turistica e aumentandone la competitività.
In questo modo si riuscirebbe a far fronte anche ad un altro problema del turismo italiano, quello dell’”incapacità” del “saper comunicare”.
Infatti, raccontare e narrare l’esperienza turistica, sia essa un viaggio o una visita al museo, con il supporto di strumenti quali app, siti web, social network, amplierebbe l’awareness, la visibilità, nonché la relazione con il visitatore-turista, aumentandone la fidelizzazione e innescando un passaparola virtuale che, se ben gestito, potrebbe comportare importanti ritorni economici, generando, così, flussi turistici dalle più ampie permanenze.
Se, dunque, la velocità e la pervasività della digital trasformation hanno sancito la fine del turismo tradizionale, rendendo obsolete alcune pratiche che caratterizzavano l’offerta turistica italiana, è opportuno iniziare a prendere consapevolezza di queste trasformazioni in atto, cercando di individuare le modalità per valorizzare al meglio un settore da sempre nevralgico del Made in Italy: che l’Italia salti allora sul treno del digitale e ne accolga le opportunità.
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